Il M5S spiegato facile (o quasi) – I

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Io di post- me ne intendo. Ci ho scritto sopra due tesi, una di laurea e una di dottorato, rispettivamente dedicate al postmoderno e al postrutturalismo. Perché quasi quindici anni fa, era un vero e proprio tripudio di post: post-industriale, post-atomico, post-ideologie, post-moderno, postumo, post-verità… A quanto pare, agli albori del terzo millennio non si trovava una definizione migliore che sentirsi “post” qualcosa.

Al di là di qualsiasi giudizio politico si abbia del M5S, essendo un fenomeno ormai notevole, che ha raggiunto dimensioni elefantiache, di sicuro merita un’analisi un po’ più approfondita che non una generica etichetta di “populismo”, “antisistemismo”, “protesta”, e generale “delusione rispetto ai partiti tradizionali”.

Questo piccolo blog non rappresenta nulla, e anche questo articoletto. È un gioco, un esercizio della mente. Che però farò sotto una bandiera dal titolo un po’ pretenzioso, a dir la verità, una disciplina che in Italia non esiste, o se esiste viene divisa tra la storia della filosofia, la critica letteraria, la sociologia dei processi comunicativi… Una cosa che si chiama “storia delle idee”. Proverò ad analizzare tre questioni principali, legate al M5S. E cercherò di capire se quello che dicono, e che cercano di tradurre in atto, abbia delle radici nel pensiero contemporaneo. Le tre questioni sono:

  • l’adagio “né destra né sinistra”;
  • il rapporto con la “verità”;
  • l’utilizzo della rete e le fake news.

Due ultime osservazioni e poi vuoto il sacco, giuro. Prima osservazione: cominciai tanti anni fa a studiare il pensiero di Jacques Derrida (il tipo in foto accanto a Grillo) perché lo odiavano tutti. Poi ho visto un odio altrettanto aspro nei confronti del M5S. Così mi sono fatta nel tempo quest’idea: quando un pensiero, o una persona, ricevono odio incondizionato, probabilmente hanno toccato le corde scoperte di qualcosa. In male o in bene, hanno smosso nel torbido e nel non detto. Seconda osservazione: Michael Foucalut diceva che, quando compare una parola nuova, ci sono almeno 200 anni di idee dietro. Pensate che vuoto, quando di parole nuove neanche l’ombra…

Chi è Jacques Derrida? Presto detto: francese algerino di famiglia ebrea, respinto per due volte agli esami per l’École Normale Superiéure, ci entra al terzo tentativo, e lì si laurea infine con una una monografia sulla fenomenologia di Husserl; quando diventa docente, alla Sorbona, ha infatti solo questa pubblicazione…

Bah. E mah. Non è mai stato un campione trendy come Michael Foucault, il geniale intellettuale dal dolcevita nero (con il quale Derrida ebbe conflitti ideologici asperrimi, conclusi solo nel 1981), che tanto piaceva al milieu franco-sinistrorso degli anni Settanta, e ancora di più a quello italiano (che scimmiotta sempre molto volentieri tutto quello che viene dalla Francia); né è stato famoso come Gilles Deleuze e le sue analisi dell’arte contemporanea, in contrordine al paradigma psicoanalitico dilagante; né accattivante come Jean Baudrillard, il cui pensiero è stato praticamente saccheggiato dai teorici del postmoderno…

Purtroppo Derrida in Europa stava sulla punta dell’esofago un po’ a tutti, e doveva suggerire i peggiori pensieri ai teorici della società e della cultura, se ancora molto tardi, negli anni Ottanta (Derrida è morto nel 2004), si pubblicavano articoli dal titolo Contro Derrida su note riviste letterarie italiane*. Essendo molto odiato in Europa, il suo pensiero trovò terreno fertile negli Stati Uniti, precisamente a Yale, il cui dipartimento di French Studies divenne un po’ appannaggio suo e del collega belga che lo aveva preceduto, Paul de Man. Perché era così odiato? Che aveva mai potuto dire quest’uomo, per far arrabbiare i paludati parrucconi europei, che non lo invitavano alle feste trendy nei salotti parigini?

Il nostro parte all’attacco con una conferenza nel 1966, presso la John Hopkins University (Baltimora, USA). Lì erano radunati i campioni della cultura francese degli anni Sessanta, e cioè dello Strutturalismo, il quale ha creato i presupposti ideologici del ’68, oltre al dibattito culturale che ne è derivato. Tra di essi Lévi-Strauss, Jackobson, Althusser, Barthes, Greimas e molti altri. E proprio lì, Derrida la sparò grossa: sostenne che lo Strutturalismo, il movimento critico e filosofico trans-disciplinare, ultima frontiera delle magnifiche e progressive sorti del genere umano, l’orientamento di pensiero più innovativo, imparziale e capace di guardare al futuro della razza umana e delle scienze umane senza i paraocchi provenienti dall’oscuro passato, era l’equivalente di una bella fetta di prosciutto sugli occhi.

Be’, a questo punto dovrei spiegare cosa sia lo Strutturalismo… ma diciamo che ve lo risparmio, e salto subito alla riflessione di Jacques Derrida.

Secondo lui, anche lo Strutturalismo è vittima di un modo di ragionare che ha modellato tutta la storia dell’Occidente: lui lo chiama binarismo. Il che, a tutta prima, non sembra una grande scoperta. Questo binarismo ha però un carattere estremamente dinamico, almeno secondo lui: al suo interno, i due estremi della coppia, in opposizione apparente l’uno all’altro, in realtà lavorano sempre insieme; di questi due estremi, uno è sempre portatore di caratteristiche positive, l’altro negative. Anche questo non sembra particolarmente originale, ma qui viene il bello: il secondo termine della coppia, quello minus, definito sempre e solo come negazione dell’altro, come privazione e detrazione del termine maior, risulta anche essere necessario alla definizione di quest’ultimo. Pensiamo alla coppia uomo-donna: la donna è da secoli descritta come tutto ciò che non è l’uomo. I suoi valori fondanti sono “non” essere forte, e “quindi” essere debole, “non” essere coraggiosa, e “quindi” essere bisognosa di aiuto, “non” essere intelligente, e “quindi” essere stupida; inoltre, il suo grande e maggiore difetto, quello che proprio la unge di infamia, è che là sotto, in mezzo alle gambe, al posto del fallo “non ha niente”, è un vuoto, un vuoto esterno e pure interno, è un “non” sesso, oddio… Ma è anche vero il contrario: affinché la definizione di “uomo” risulti universalmente positiva, essa ha bisogno di un elemento negativo al quale accompagnarsi. Che senso avrebbe essere in assoluto forti, coraggiosi e intelligenti, se non ci fossero altre creature al mondo con cui confrontarsi e risultare vincenti?**

Derrida afferma che questo sistema non si crea, non nasce ad un certo punto ad opera di un mistificatore, di un santone o di un filosofo, non esiste nemmeno un punto della storia nel quale questa cosa qui è iniziata, e prima invece non c’era e tutti gli esseri viventi erano liberi e uguali (ah ah ah!, n.d. r.). Questo sistema, sempre secondo il nostro, è specie-specifico della nostra specie, le è connaturato, e fa sì che, a partire da esso, noi intessiamo tutte le relazioni possibili e immaginabili, con buona pace dello strutturalismo e della semiotica***. Inutile sperare di sottrarsi a questo meccanismo, perché lo usiamo e neanche ce ne accorgiamo. Non solo: è un meccanismo pericoloso e fuorviante, perché implica un’attribuzione di valore: infatti uno dei due termini “vale di più”, e l’altro “vale sempre meno”, come accade in quasi tutte le altre dicotomie tipiche della nostra cultura: bianco-nero, anima-corpo, alto-basso, centro-periferia, maschio-femmina, umano-animale, città-campagna, destre-sinistra, etc. etc. etc.

Un termine vale sempre di più dell’altro moralmente, socialmente, antropologicamente e storicamente: il secondo termine, che esiste come negazione del termine maior, deve sempre essere inferiore, per consentire al suo gemello di splendere. C’è sempre originariamente una violenza, un oltraggio, un atto di forza insopprimibile di un termine nei confronti dell’altro.

Tutta questa cosa lui la chiama “differanza”. In italiano fa abbastanza schifo, in francese un po’ di meno, perché la parola différence (differenza, originale francese), e la parola différance (differanza, invezione di Derrida) si pronunciano nello stesso modo, e quindi sembra poco una storpiatura.

Il significato politico della definizione di Derrida è di una portata enorme. Tant’è che i soliti parrucconi accademici europei se la sono ovviamente lasciata sfuggire. Mentre non lo hanno fatto gli americani. Infatti, possiamo dire che il lascito maggiore di Derrida negli USA è stata la riflessione sul gender: il femminismo americano, che gode oggi di ottima salute, diversamente da quello europeo, la cui verve si è spenta nei salotti buoni di Roma, Parigi e Milano, è il figlio diretto della riflessione sulla “differanza” condotta da Derrida. Non lo dico io, ma Jonathan Culler****.

 

Derrida, se oggi fosse vivo, ed essendo peraltro francese, secondo me sarebbe estremamente contento di sentire gridare i portavoce del M5S “né destra né sinistra”: sarebbe la dimostrazione che la sua teoria della différance ha centrato l’obiettivo, e che qualcuno sta provando a ragionare riconoscendola come una tara del pensiero occidentale (la famosa fetta di prosciutto degli strutturalisti).

Analizziamo un po’ meglio la coppia oppositiva destra-sinistra. Chi mi ha seguito nel ragionamento, dirà subito che, contrariamente a quanto affermato da Derrida, destra e sinistra hanno origine in un’epoca storica più che reale. La destra moderna, cioè il capitalismo, nasce con John Locke nel Diciassettesimo secolo, mentre la sinistra moderna nasce con il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels nel 1848. Inoltre, l’origine dell’opposizione destra-sinistra, così come oggi la conosciamo, nasce all’indomani della Rivoluzione francese. Come ricordiamo tutti da bravi scolaretti, fu una questione di sedie: alla sinistra di Robespierre sedevano i rivoluzionari più estremi, alla destra i rappresentanti dei partiti filomonarchici. Quello che è successo poi, lo ricordiamo tutti: i liberal-capitalisti hanno finito per essere identificati con la  destra, in virtù del tentativo di mantenere l’ordine (monarchico; o il semplicemente il proprio, strano caso…); la rivoluzione comunista si è identificata con la sinistra (e infatti, tanto per ricordare, la rivoluzione l’hanno fatta veramente nel 1917). Ma questa opposizione quali altre cela? Un po’ tante, e tutte molto antiche: ordine-disordine (o rivoluzione); tirannia/monarchia/oligarchia-democrazia (anche se, alla prova dei fatti, la sinistra comunista era un regime); libertà senza doveri-libertà con doveri e diritti; ingiustizia sociale-giustizia sociale; forte-debole; maschio-femmina; autorità-ribellione… Era un dualismo pronto a raccogliere altre false cento opposizioni, perché ciascuno di questi termini, come dice Derrida, ha bisogno dell’altro per esistere.

L’opposizione destra-sinistra, di fatto, nel discorso politico italiano del secondo dopoguerra, era diventato il paradigma per definire lo stato della realtà del Paese. Tuttavia, a riprova di come quell’opposizione si stesse progressivamente svuotando di agganci alla realtà, c’era lei, la DC, che era il centro. Né destra né sinistra, centro appunto. Come dire: tesi, antitesi e quindi sintesi. Operazione hegeliana che la DC aveva interpretato al meglio: ora governava coi comunisti, ora coi fascisti… Hegel infatti in politica era un “realista”, pensate che coincidenza.

È curioso che di recente Maurizio Crozza, nel suo show, abbia paragonato il M5S alla DC. Questo perché, battute del comico a parte, noi italiani ancora stentiamo a comprendere che cosa voglia dire “né destra né sinistra”. Al massimo riusciamo, appunto, a pensare alla DC…

In che modo il M5S affronta la questione della différance destra-sinistra? Ha semplicemente notato il sistema di interdipendenza tra le due: destra e sinistra erano diventate così necessarie l’una all’altra, così collegate nelle reciproche definizioni, che gli italiani ormai ci credevano a prescindere dei fatti.

Erano inoltre un’opposizione straordinariamente malleabile, perché, in base alla singola adesione di ciascuno, le caratteristiche positive o negative si combinavano a meraviglia, in un minuetto dagli equilibri supersonici.

Pensate a tutti coloro che avevano (o ancora hanno) il cuore a sinistra: essa è bianca, (valore positivo), donna (valore tradizionalmente inferiore, che ora si sceglie come bandiera del riscatto), debole (solo apparentemente, perché in realtà si sostanzia delle forze migliori del Paese, infatti tutti gli intellettuali…), democratica (anche se partiva come regime…), socialmente giusta, etc. etc. Tutto questo corroborato dal fatto storico:  la consapevolezza di aver vinto il secondo conflitto mondiale, e di aver strappato il mondo alle mire di un pazzo furioso.

Analogamente, chi ha, o ha avuto, il cuore a destra, ha preferito il set opposto: uomo (consapevoli quindi dell’atto di forza primigenio nei confronti della donna), forte (scegliendo la forza come concetto fondante), autorità, ingiustizia sociale (è un fatto: se scegli la forza, il debole sarà sempre un problema, che risolverai con una finta etica calvinista, per la quale il debole è tale per sua stessa colpa e inettitudine..), etc. etc.

Destra e sinistra, e unite a loro altre celebri opposizioni: Aristotele le chiamava oppositivi correlativi, e diceva che erano un caso particolare della sostanza, tale che nessuno dei due poteva sussistere senza l’altro, come i concetti di metà e di intero. Duemilacinquecento anni dopo, gli oppositivi correlativi ce li siamo ritrovati in mezzo alle balle, a costituire, ancora una volta, una caso particolare della sostanza…

Il M5S avrebbe rivelato come destra e sinistra erano una caso così particolare della sostanza, ma così particolare, che finivano per non “affettarla” più (affettarla non come “fare a fette”, ma come adficere, cioè “portare a”, che è esattamente quello che fanno i predicati aristotelici con la sostanza…). Per farla semplice, destra e sinistra avevano smesso di riferirsi alla società. Questo Aristotele lo contempla e lo paventa. Se i predicati non definiscono più la sostanza, non sono più “affezioni efficaci della sostanza”, il problema non è la sostanza, ma i predicati. Che non servono più a nulla.

Il ragionamento è lo stesso di Derrida: pensiamo per categorie, le différances, che ci costringono a forzature, a violenze anche sociali e politiche, pur di rimanere entro due unici binari costrittivi e forzanti, che non rispecchiano più, forse, la realtà.

Ora: dubito fortemente che Grillo, Casaleggio (be’ no, forse lui sì…), o qualcun altro del M5S abbiano letto Derrida, o abbiano minimamente interpretato la propria sfida al sistema politico italiano destra-sinistra alla luce della différance.

Ma quando nel 2006 hanno cominciato a sbandierare il loro adagio, “né-né”, io, che avevo da poco seppellito il buon Derrida (2004), non mi sono riuscita a trattenere dal pensare che il seme gettato dal filosofo francese, il dubbio instillato nella resa “pratica” (e quindi anche sociale e politica) di questi binarismi, ancora fortissimi ed imperanti, stesse facendo il proprio dovere.

Ricordate la riflessione che ho fatto all’inizio, cioè che quando compare una parola nuova ci sono almeno 200 anni di idee al lavoro dietro? La parola introdotta da Derrida nel 1966, différance, non ha avuto un grande successo. Perché è un po’ strana, via, un nonsense difficilmente traducibile fuori dal francese… Ma le sue idee permangono. Ed hanno avuto un’eco straordinariamente vasta proprio in termini politici. A detta di Jonhatan Culler (quello che ho citato sopra…), il lascito più consistente del pensiero di Derrida è stato in relazione al gender, e al potentissimo femminismo americano, che a tutt’oggi possiede teoriche inossidabili, testi capisaldi del pensiero contemporaneo, e una serie innumerevole di opere d’arte (romanzi, film, musica, pittura, scultura), che testimoniano quanto fecondo esso ancora sia. La différance, in sostanza, è servita a scardinare la più retriva delle opposizioni, quella uomo-donna. Che, a ben vedere, è ancora più pervasiva di quella bianco-nero, perché per le donne la zuppa è sempre la stessa, servita nello stesso modo sia dagli uomini bianchi, che dagli uomini neri, ahimè…

Sempre Jonathan Culler, quello che ha dedicato prima un volume allo Strutturalismo, e poi uno a Derrida, studiando in pratica gli ultimi cento anni di pensiero teorico, critico e filosofico, scrive sul far del nuovo millennio che, secondo lui, il pensiero umano si orienterà sempre più verso il “come” conosciamo piuttosto che al “cosa”. Sarebbe a dire, ci interrogheremo di meno su questioni legate a cosa sono l’essere, il linguaggio, la conoscenza, e ci fermeremo invece a cercare di capire perché pensiamo quello che pensiamo, da dove viene, se abbia delle origini rintracciabili, se sia una trappola che mi impedisce di pensare al futuro, o se mi costringa in limiti che non mi rendono più felice, oppure che fanno torto ad altre categorie di miei simili.

E allora mi sovviene un’altra frase famosa: funzione propria dei geni è fornire idee ai cretini vent’anni dopo. Forse Derrida non era un genio, e probabilmente il M5S non è fatto da cretini. Penso che, ciascuno per parte propria, uno all’interno della storia della filosofia, gli altri in relazione alla storia del proprio paese, abbiano cominciato a riflettere su quanto possano essere ingannevoli certe categorie di linguaggio, o certe idee, quando non si conduce una seria analisi intellettuale sul “come” si sono formate. Un esito coerente con la predizione di Culler per il futuro dell’umanità: passare dalla domanda “cosa conosco” alla domanda “come lo faccio”.

E dato il polverone che sia il filosofo francese, sia il M5S hanno scatenato, forse hanno imboccato un percorso fruttuoso.

Ah, un’ultimissima, strana coincidenza: Derrida espone la sua teoria della différance in un testo che si chiama Della grammatologia; e lo fa analizzando e testando questo suo concetto all’interno del vasto pensiero filosofico di Jean-Jacques Rousseau. Si può dire che il testo principale di Derrida è esclusivamente dedicato a Rousseau.

Vi ricordate come il M5S ha chiamato la propria piattaforma, quella con la quale votano decidono etc. etc.?… Già, Rousseau

*Contro Derrida, II. L’equivoca strategia della decostruzione, in “L’ombra d’Argo”, n. 9, 1986.
**Aristotele, nel suo Organon, individuava questi opposti come categorie della sostanza, e li chiamava “correlativi”, tali cioè che l’uno non poteva esistere senza l’altro. Attraverso la logica medievale, i correlativi arrivano ad Hegel, che, più o meno nella stessa forma, li definisce “contraddittori”, benché utili alla formazione della realtà. Uno degli esempi celebri è quello di schiavo-padrone: cosa significherebbe “schiavo”, se non esistesse “padrone”, e anche viceversa? L’interesse dei filosofi per questo tipo di opposizioni, è che sembrano apparentemente violare il sacro principio di non-contraddizione…
*** Che invece tendono a vedere il mondo come un sistema di segni, il cui valore dipende dalla relazione con ciascun altro.
****On Deconstruction: Theory and Criticism after Structuralism, 1982, trad. it. Sandra Cavicchioli, Sulla decostruzione, Milano: Bompiani, 1988.
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